I Treni della Felicità e i territori della tristezza

va sottolineata la meritevole solidarietà che ha caratterizzato i territori e le famiglie ospitanti, parimenti segnate dai bombardamenti e dalla sanguinosa guerra civile

La tematica riguardo al “treno della felicità” fa sicuramente riflettere su diversi aspetti che questo episodio mette in luce.

Innanzi tutto va sottolineata la meritevole solidarietà che ha caratterizzato i territori e le famiglie ospitanti, parimenti segnate dai bombardamenti e dalla sanguinosa guerra civile, e la forza d’animo che deve aver contraddistinto i bambini e le famiglie d’origine per accettare la dolorosa separazione in nome di un futuro che altrimenti si sarebbe fatto incerto.

In un’analisi più approfondita emerge una scelta politica precisa che ha visto preferibile trasferire dei bambini separandoli dalle famiglie, rispetto cercare di costruire i presupposti per un futuro dignitoso in loco. Buffardi, che ebbe cura di intervistare alcuni dei protagonisti, testimonia come questi bambini furono individuati, “ripuliti”, attrezzati di cappotti e documenti di identità pronti a lasciare le località del centro sud, spaventati e senza capirne il perché. La naturale meraviglia dell’arrivo, fatto di cure e di un’abbondanza a cui i bambini non erano abituati, non sottrae la responsabilità politica di chi, a nostro avviso, avrebbe dovuto pensare a ridare la dignità a quei territori al posto di limitarsi a cercare una migliore collocazione a circa 70mila bambini. Al momento del ritorno a casa infatti, molti dei protagonisti ricordano come a malincuore dovettero separarsi dalle famiglie ospitanti a cui si sentivano giustamente e reciprocamente grati e legati, per tornare in territori ancora poverissimi in cui ben poco era cambiato.

La storia, sicuramente bella e suggestiva che sottolinea speranza e solidarietà, parimenti sottolinea una scelta politica tipica della metodologia della sinistra dell’epoca e della sinistra di oggi: preferire il trasferimento delle persone, in questo caso sicuramente bisognose e senza dubbio meritevoli di cure, ignorando il problema che affligge i territori, non curandosi quindi del cuore del problema. Infatti il forte stigma di “operazione di vuota propaganda” con il quale la Democrazia Cristiana di allora tacciò tale iniziativa, evidenzia senza dubbio la faziosità e l’ostilità ideologica presente in quegli anni, ma solleva anche l’esigenza di osservare la questione con un occhio più ampio rispetto all’inquadratura, non certamente disinteressata, fornita dal PCI: il partito comunista senza dubbio ha aiutato quei 70mila bambini, ma non ha badato alle macerie lasciate dai bombardamenti angloamericani che tali sono rimaste per lungo tempo, ossia per tutto il tempo che è trascorso mentre dalle stazioni partivano treni carichi di bambini e dopo anni tornavano carichi di ragazzi e adulti.

Quegli stessi treni che forse sarebbe più corretto chiamare i Treni della Tristezza, perché quando un bambino viene costretto a lasciare la propria casa per emergenza, per mancanza di progettualità o per propaganda c’è poco da essere felici, magari speranzosi per i piccoli e grati per gli ospitanti, ma sicuramente tristi per quelle terre e per quelle popolazioni abbandonate.

Marco Castelli Lega Lombarda Saronno

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