Calcio: Superlega europea, una deriva globalista annunciata

Per salvare il salvabile bisognerebbe ripartire dall’inizio, dal calcio dilettantistico, praticato per amore del gioco e non per stipendi e introiti milionari

La notizia bomba della Superlega europea di calcio, rilasciata nella serata di domenica ha scoperchiato il vaso di Pandora. Vedo molti che si stracciano le vesti all’idea che le squadre più ricche e titolate vogliano organizzarsi un campionato privato, di cui mantenere totalmente il controllo, soprattutto dal punto di vista economico.

Mi stupisco però che la gente si stupisca. È da almeno vent’anni che la voce circola a intervalli regolari. Era solo questione di tempo.

Trovo pertanto superfluo parlare di giusto e sbagliato in questo caso. Parlerei solo, in maniera cinica e rassegnata, di una logica evoluzione del mondo del calcio, quale specchio della società moderna.

Dato però che sono molti i miliardi di indotto che questo business sposta si tratta anche di una questione politica. Forse non ci si accorge che se si è arrivati a questo punto, ci si è arrivati perché quelli che oggi si stracciano le vesti (FIFA, UEFA, federazioni nazionali e governi), sono quelli che hanno permesso, con un lassismo vergognoso, che nel mondo del calcio si diffondesse un neoliberismo radicale e sfrenato, esempio ultimo della globalizzazione. Dove erano FIFA e UEFA quando il mondo del calcio veniva trasformato in mangiatoia, visto il giro di soldi che di anno in anno aumentava? Mentre procuratori presidenti di dubbia moralità demolivano la credibilità del calcio, gli organismi sovranazionali si godevano gli introiti delle competizioni da loro organizzate, che richiamavano miliardi di euro, grazie al blasone delle squadre partecipanti, cui arrivavano le briciole. Ecco perché oggi si stracciano le vesti: perché qualcun altro si mangerà la torta, di cui loro vengono privati.

Dove erano i governi quando permettevano che le grandi squadre, società in tutto e per tutto identiche a qualsiasi altra eserciti un’attività economica, arrivavano ad avere situazioni debitorie imbarazzanti? Aggregati, i debiti delle 12 fondatrici, sono stimati tra i 5 e i 6 miliardi di euro. Roba da portare i libri di tutte e dodici in tribunale e buonanotte ai suonatori. Ma dato che 4 di questi miliardi sono dovuti alle banche si è preferito soprassedere.

Non si è pensato di fermarsi prima del baratro, in cui ormai il mondo del calcio è finito da circa quindici anni, per cui inutile lamentarsi ora, dopo che per anni si è andati avanti secondo il principio “finché ce n’è viva il Re”.

E così ecco i fondi di investimento che acquistano alcune società, altre si quotano in borsa. E il calcio, complice questo neoliberismo, diventa l’ultimo baluardo della globalizzazione. Dove le società, private, vogliono una lega privata, con ingressi praticamente bloccati: una lega apolide, oligarchica, che priva definitivamente il calcio, sport popolare per eccellenza, di una sua identità. Basti vedere l’oscena modifica di cui è stato vittima il simbolo dell’Inter, già da tempo privato del biscione visconteo, a richiamare l’identità milanese della squadra neroazzurra, e ora totalmente anonimo, non riconoscibile. I tifosi neroazzurri smetteranno così di essere i “bauscia”, gli esponenti della buona borghesia milanese, mentre quelli del Milan non saranno più i casciavitt, i “cacciavite”, legati alla classe operaia di Milano. Saranno meri consumatori, il cui ruolo sarà acquistare gadget, abbonamenti tv e biglietti delle partite e, possibilmente, astenersi da ogni critica verso la società, con buona pace degli ultimi romantici del gioco e dei nostalgici di De Gregori. A Madrid, d’altronde, ciò succede già, per volontà di Florentino Perez, promotore della Superlega: che si riserva di allontanare, a vita (!), i tifosi che si rendono protagonisti di fischi verso le prestazioni del Real.

Per salvare il salvabile bisognerebbe ripartire dall’inizio, dal calcio dilettantistico, praticato per amore del gioco e non per stipendi e introiti milionari visto che, per citare il grande Johann Cruyff, non si è mai visto un sacco di soldi fare un gol.

Stefano Morandin, Membro commissione Sport Lega Lombarda Saronno

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